Art. 481 c.p. Falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità
Codice penale – R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398
1. Chiunque, nell’esercizio di una professione sanitaria o forense, o di un altro servizio di pubblica necessità, attesta falsamente, in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire cinquecento a cinquemila.
2. Tali pene si applicano congiuntamente se il fatto è commesso a scopo di lucro.(86)
Note di aggiornamento
Aggiornamento (86)
Il D.L. 26 novembre 1980, n. 776, convertito con modificazioni dalla L. 22 dicembre 1980, n. 874, ha disposto (con l’art. 15-quater, comma 1) che “Le pene per i reati previsti dagli articoli 479, 480, 481 e 483 del codice penale, commessi per conseguire benefici disposti a favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del novembre 1980, sono aumentate fino alla metà”.
Commento
Inquadramento e ratio
L’art. 481 c.p. punisce la falsità ideologica in certificati commessa da chi esercita un servizio di pubblica necessità. Si colloca tra i delitti contro la fede pubblica, nel capo dedicato alla falsità in atti, e completa il sistema dei falsi ideologici: l’art. 479 c.p. riguarda il pubblico ufficiale che redige atti pubblici, l’art. 480 c.p. il pubblico ufficiale che rilascia certificati o autorizzazioni amministrative, l’art. 481 c.p. il privato professionista che, pur non essendo pubblico ufficiale, svolge un’attività sulla quale la collettività fa affidamento. Il bene tutelato è la fede pubblica, cioè l’affidamento dei terzi nella veridicità di certificati che, pur provenendo da privati, sono destinati a produrre effetti giuridici.
Il testo è quello originario. Il servizio di pubblica necessità è definito dall’art. 359 c.p.: vi rientrano i privati che esercitano professioni forensi, sanitarie o altre professioni il cui esercizio richiede una speciale abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il pubblico è obbligato per legge a valersi, nonché chi adempie un servizio dichiarato di pubblica necessità con atto della pubblica amministrazione.
Contenuto della disposizione
Il reato è procedibile d’ufficio e di competenza del tribunale in composizione monocratica. La falsità deve cadere su fatti oggettivi e non su mere valutazioni o giudizi prognostici, salvo che questi presuppongano fatti non veri.
Profili applicativi
Il primo problema pratico è la qualifica del soggetto. Il medico di medicina generale convenzionato con il servizio sanitario nazionale, quando rilascia certificati di malattia o prescrizioni per conto del servizio, è considerato pubblico ufficiale, sicché il falso ricade negli artt. 479 o 480 c.p. e non nell’art. 481 c.p.; lo stesso vale per i soggetti privati che esercitano poteri certificativi delegati dalla pubblica amministrazione, come i farmacisti nella campagna di test e vaccinazioni durante l’emergenza sanitaria. L’art. 481 c.p. si applica invece al libero professionista che certifica a titolo privato.
Il secondo profilo è il dolo: non basta che il certificato contenga un dato oggettivamente non vero, occorre verificare che la falsità non dipenda da leggerezza, da un’incompleta conoscenza o da un’errata interpretazione delle norme. Per l’avvocato, l’ipotesi tipica è l’autentica della firma del cliente sulla procura alle liti, che ha la sola funzione di attestare l’appartenenza della sottoscrizione a una persona determinata.
Infine, rileva il falso innocuo: non è punibile per inidoneità dell’azione la falsità che non incide sulla funzione probatoria del documento, ma l’esclusione o l’affermazione dell’innocuità va fondata su un accertamento concreto della capacità lesiva dell’atto.
Orientamenti giurisprudenziali
Rapporti con altre norme
L’art. 481 c.p. si distingue dagli artt. 479 e 480 c.p. per la qualità del soggetto: pubblico ufficiale in quei casi, esercente un servizio di pubblica necessità in questo; la qualificazione si determina secondo gli artt. 357, 358 e 359 c.p. Chi fa uso del certificato falso senza aver concorso nella falsità risponde ai sensi dell’art. 489 c.p. Il privato che induce il professionista a rilasciare un certificato falso concorre nel reato (art. 110 c.p.); se il certificato è utilizzato per ottenere indebitamente indennità o prestazioni, può concorrere la truffa aggravata ai danni di un ente pubblico (art. 640, secondo comma, n. 1, c.p.). Per il dipendente pubblico che giustifica l’assenza con certificati falsi, la condotta del medico che li rilascia è punita anche dall’art. 55-quinquies del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165. Il codice deontologico forense e quello medico prevedono, accanto alla sanzione penale, la responsabilità disciplinare.