Per il quinto anno consecutivo le nascite diminuiscono, attestandosi a 514 mila nel 2013.
Il numero medio di figli per donna scende da 1,42 nel 2012 a 1,39 nel 2013. L’età media al parto sale a 31,5 anni.
Circa l’80% delle nascite proviene da donne italiane, il restante 20% da donne straniere. La fecondità delle prime scende, tra il 2008 e il 2013, da 1,34 a 1,27 figli per donna. Diminuisce anche la fecondità delle donne immigrate: da 2,65 figli per donna a 2,20 nel medesimo periodo.
Nel 2013 si sono celebrati meno di 200 mila matrimoni, per un quoziente di nuzialità pari al 3,3 per mille, il più basso nella storia del Paese.
La celebrazione del matrimonio con rito religioso perde ulteriore terreno nei confronti del rito civile. Tra il 2008 e il 2013 la quota di sposi che sceglie il primo passa infatti dal 63% al 57%, mentre la quota di coloro che optano per il secondo cresce dal 37% al 43%.
Le immigrazioni dall’estero scendono a 307 mila, pari a un tasso del 5,1 per mille, contro le oltre 350 mila del 2012 (5,9 per mille). Aumentano, invece, le emigrazioni, circa 126 mila (2,1 per mille), contro i 106 mila dell’anno precedente (1,8 per mille). Il saldo migratorio con l’estero è di 182 mila unità, per un tasso del 3 per mille (4,1 nel 2012).
Nel periodo 2008-2013, tra coloro che abbandonano il Paese per una destinazione estera raddoppia sia il numero di residenti stranieri (da 22 a 44 mila), che il numero di italiani (da 40 a 82 mila).
Nel 2013 la destinazione estera favorita dagli italiani è il Regno Unito, con circa 13 mila trasferimenti, segue la Germania con 11 mila 600. Gli stranieri, invece, emigrano prevalentemente in Romania, oltre 10 mila trasferimenti nel 2013 (+21% sul 2012) e Albania, oltre 2 mila trasferimenti (+23%).
Calano gli ingressi dei cittadini stranieri, 279 mila nel 2013 contro i 321 mila del 2012. I rimpatri di italiani sono 28 mila.
Con 60 mila immigrati arrivati nel 2013 la Romania si conferma il principale Paese di provenienza, davanti a Marocco (19 mila) e Cina (18 mila). Tuttavia, gli arrivi dalla Romania crollano sensibilmente (-25% sul 2012), così come quelli dalla Cina (-12%). Stabili i flussi in arrivo dal Marocco (-0,8%), mentre aumentano quelli da Egitto (+15%) e Ucraina (+10%).
Gli italiani che tornano nel Paese provengono, prevalentemente, dalla Germania (4 mila 100 rimpatri) e dalla Svizzera (2 mila 700).
Nel decennio 1993-2012 ben 2 milioni 388 mila individui hanno spostato la residenza dal Mezzogiorno al Centro-nord, mentre poco più della metà, 1 milione 275 mila, ha effettuato il tragitto inverso.
La migrazione di capitale umano dal Mezzogiorno al Centro-nord prosegue anche nel 2013. Sono 116 mila gli individui che hanno trasferito la residenza da una regione del Mezzogiorno a una del Centro-nord, mentre soltanto in 65 mila hanno fatto il contrario.
Aumenta la speranza di vita alla nascita, giunta nel 2013 a 79,8 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne.
A fine 2013, gli individui di 65 anni e oltre rappresentano il 21,4% del totale (21,2% nel 2012), risultando in ulteriore aumento, mentre i giovani fino a 14 anni di età scendono al 13,9% (dal 14% del 2012).
Ulteriore calo delle nascite, migrazioni in contrazione e sopravvivenza in aumento
In parallelo alle trasformazioni sociali ed economiche che stanno attraversando il Paese negli ultimi cinque anni, il 2013 si contraddistingue per dinamiche demografiche fondamentalmente deboli. Sul versante del ricambio generazionale, ad esempio, si segnala per il quinto anno consecutivo una diminuzione delle nascite, scese al minimo storico di appena 514 mila unità. Collateralmente, la propensione ad avere figli scende ulteriormente da 1,42 figli per donna nel 2012 a 1,39 nel 2013, accentuando il divario con la media Ue28 (1,58 nel 2012).
Mostrano un sostanziale freno anche i movimenti migratori in entrata nel Paese, che scendono a 307 mila unità, pari a un tasso del 5,1 per mille, contro gli oltre 350 mila del 2012 (5,9 per mille). Contemporaneamente, tuttavia, aumentano i movimenti migratori in uscita dal Paese, circa 126 mila, per un tasso del 2,1 per mille, contro i 106 mila dell’anno precedente (1,8 per mille). Ne risulta un’attenuazione del livello di ricambio della popolazione, molto intenso negli anni precedenti, stante un saldo migratorio estero pari a 182 mila unità, per un tasso del 3 per mille. Si tratta di un livello oltre due volte e mezzo inferiore a quello riscontrato nel 2007 (+476 mila), anno antecedente il periodo di crisi economica.
Favorita da una riduzione dei decessi rispetto all’anno precedente, oltre 12 mila in meno, non accenna a rallentare la crescita della speranza di vita alla nascita, giunta nel 2013 a 79,8 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne. Nel panorama europeo l’Italia è in posizione ben avanzata, risultando (dati 2012) il secondo Paese più longevo tra gli uomini, dietro la Svezia, e il terzo tra le donne, dietro Spagna e Francia.
I comportamenti demografici nazionali, soprattutto quelli accumulati in passato ma anche quelli più recenti, determinano nel frattempo ulteriori conseguenze sul processo d’invecchiamento della popolazione. Da un lato si rileva che, al 1° gennaio 2014, le persone con 65 anni e oltre rappresentano il 21,4% della popolazione, con un ulteriore aumento di due decimi di punto percentuale sull’anno precedente, dall’altro i giovani fino a 14 anni di età sono scesi al 13,9% del totale, facendo riscontrare una variazione negativa di un decimo di punto. Nessun altro Paese della Ue28 ha una così elevata proporzione di ultrasessantacinquenni, graduatoria in cui l’Italia precede a distanza la Germania (20,7% al 1° gennaio 2013). Per contro, l’Italia figura al terzultimo posto per proporzione di giovani fino a 14 anni di età, seguita soltanto da Bulgaria (13,6%) e Germania (13,1%).
La fase di recupero della fecondità sembra conclusa
Con 1,39 figli per donna la fecondità nazionale, torna nel 2013 ai livelli osservati almeno sei anni prima. Il processo che ha interrotto in pochi anni quello che, perlomeno fino al 2008, era stato un oggettivo recupero della riproduttività nazionale (da 1,19 figli per donna nel 1995 fino a 1,45) nasconde significative trasformazioni demografiche, tuttora in corso, che la recente crisi di contesto sociale ed economico del Paese potrebbe avere contribuito in parte ad accentuare.
Tali trasformazioni riguardano in particolare almeno quattro aspetti, tra loro connessi: la propensione a procreare figli in età sempre più avanzata, la compressione e l’invecchiamento al suo interno della popolazione femminile in età feconda, il ruolo esercitato dalle donne immigrate, i differenziali territoriali.
Uno dei motori trainanti del recupero di fecondità nel periodo 1995-2008 è stato, perlomeno per le cittadine italiane, lo spostamento in avanti dell’età media al parto, passata da 29,8 a 31,1 anni (Prospetto 1). Tale trasformazione ha accompagnato la transizione nelle età più feconde delle donne appartenenti alle generazioni nate negli anni del baby boom. In tale contesto, il recupero di fecondità è risultato più intenso nelle regioni del Nord e del Centro dove, a fronte dello spostamento in avanti del calendario riproduttivo delle donne, la fecondità si è innalzata da valori poco superiori a 1 figlio per donna nel 1995 a circa 1,5 nel 2008. Soltanto nelle regioni del Mezzogiorno l’aumento dell’età media al parto non si è tradotto in un corrispondente incremento della fecondità che, al contrario, ha proseguito la sua discesa, da 1,41 figli per donna a 1,38 nel medesimo periodo.
Il periodo 2009-2013 è caratterizzato da un ulteriore avanzamento del calendario riproduttivo, con un’età media al parto giunta a 31,5 anni nel 2013. Tuttavia, questo avanzamento non si traduce più in un recupero di fecondità aggiuntivo, stante l’avvio dell’uscita dal periodo fecondo delle generazioni di donne nate nella metà degli anni ‘60. La traduzione immediata di tali effetti è la riduzione drastica delle nascite, da 577 mila nel 2008 a 514 mila nel 2013.
Aldilà del comportamento riproduttivo espresso, anche le trasformazioni strutturali della popolazione femminile in età feconda hanno dunque un loro sostanziale peso. Basti considerare i successivi tre aspetti. In primo luogo il momento di minimo storico della fecondità, 1,19 figli nel 1995, non corrisponde al minimo storico di nascite (526 mila in tale anno), mentre il livello minimo delle nascite, 514 mila nel 2013, non corrisponde al momento storico di minimo della fecondità. Inoltre, l’età media delle donne in età 15-54 anni cresce, tra il 1995 e il 2013, a un ritmo più rapido della stessa età media al parto, passando da 34,6 a 37,1 anni. Infine, la consistenza numerica complessiva delle donne in età feconda si contrae nello stesso periodo di oltre 450 mila unità tra quelle di età 15-54 anni, e di circa 900 mila tra le 25-38enni, ovvero tra coloro che mediamente portano a termine oltre il 75% delle nascite in un anno.
Anche i differenziali territoriali rappresentano una chiave di lettura delle recenti dinamiche di fecondità. Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati dalla presenza di un significativo dualismo geografico tra le regioni del Centro-nord e quelle del Mezzogiorno: le prime, in forza dei recuperi prodotti, hanno raggiunto e superato quelle meridionali, a loro volta incessantemente interessate da un percorso di declino della fecondità. Persino negli anni più recenti, in cui anche le regioni del Centro-nord hanno affrontato una riduzione dei livelli riproduttivi, è aumentato il divario tra le due aree del Paese.
Nel Nord, il numero medio di figli per donna scende da 1,49 figli nel 2008 a 1,45 nel 2013 mentre nel Centro si attesta a 1,39. Nel Mezzogiorno, invece, si passa da 1,38 figli per donna a 1,31. Così, se da un lato nel Nord emerge il Trentino-Alto Adige come regione che nel 2013 detiene il massimo di fecondità (1,63), seguito a distanza dalla Lombardia (1,48) e dall’Emilia-Romagna (1,46), colpisce particolarmente che nessuna regione del Mezzogiorno abbia un livello di fecondità superiore a quello medio nazionale (1,39). Le regioni che più vi si avvicinano sono Sicilia (1,37) e Campania (1,36) mentre la persistenza a bassi regimi di fecondità sembra colpire particolarmente regioni come Molise (1,17), Basilicata (1,12) e Sardegna (1,12).
Il calo della fecondità interessa anche le immigrate
Nel 2013 si stima che meno dell’80% delle nascite proviene da donne italiane, e il restante 20% da donne straniere (complessivamente circa 105 mila). Tra il 2008 e il 2013, tuttavia, la fecondità delle donne immigrate scende alla pari e anche più di quella delle italiane: da 2,65 figli per donna a 2,20 per le straniere, da 1,34 a 1,27 per le italiane. Se, dunque, per le donne italiane le trasformazioni demografiche in atto sono prevalenti nello spiegare la riduzione della fecondità osservata negli ultimi anni, per le donne immigrate sembrerebbero prevalere difficoltà oggettive, frutto della recente crisi economica.
L’incidenza di nati da madri straniere sul totale supera nel Nord il 28% e nel Centro il 23%, mentre nel Mezzogiorno non si arriva all’8% (Prospetto 2). I differenziali in termini di comportamento riproduttivo attestano, inoltre, che le immigrate residenti nel Nord manifestano una fecondità più elevata (2,31 figli) di quelle residenti nel Mezzogiorno (2,02). Una più massiccia e integrata presenza d’immigrati nel Nord unita a una maggiore propensione riproduttiva media costituisce quindi un’altra importante causa del divario esistente su scala globale tra la fecondità nelle due aree del Paese.
Continua il calo dei matrimoni
Continua a ridursi la propensione nei confronti del matrimonio, gravata negli ultimi anni da una congiuntura economica sfavorevole, che sembra colpire in particolar modo le giovani generazioni. In Italia, in base ai primi dati provvisori del 2013, si scende sotto la soglia delle 200 mila celebrazioni. Da quando esistono statistiche sui matrimoni, escludendo il primo conflitto bellico (ma non il secondo, in quanto anche durante il periodo della seconda guerra mondiale il numero di matrimoni celebrati fu superiore) bisogna risalire al 1880 per trovare un numero di matrimoni più basso, ma con una popolazione che all’epoca era meno della metà di quella odierna.
Anche per questo motivo il quoziente di nuzialità del 2013, pari al 3,3 per mille, si presenta come il valore più basso della storia contemporanea, che colloca il Paese tra le ultime posizioni della Ue.
Con un quoziente di nuzialità del 3,5 per mille nel 2012, infatti, l’Italia mostra una propensione simile a quella della Spagna e precede soltanto Slovenia (3,4 per mille), Portogallo (3,3) e Bulgaria (2,9).
Il matrimonio risulta l’opzione sempre meno favorita dalle coppie nel Centro-nord del Paese, ma anche nel Mezzogiorno si assiste da tempo a una fase di progressivo declino. Così, in Emilia- Romagna oggi convolano a nozze 2,7 coppie ogni mille residenti mentre in Campania, Calabria e Sicilia si arriva al 4,1 per mille (Prospetto 3).
A fianco delle trasformazioni familiari che vedono le coppie favorire sempre più forme di unione alternative al matrimonio, come stanno a testimoniare sia l’aumento delle libere unioni (oltre 600 mila quelle tra individui celibi e nubili nel 2012) sia l’aumento delle nascite concepite fuori dal matrimonio (pari al 24,8% del totale nel 2012), si è andata trasformando negli anni anche la modalità di celebrazione del rito medesimo. In particolare, perde ulteriore terreno il matrimonio con rito religioso, sceso tra il 2008 e il 2013 dal 63,2% al 56,9%, a vantaggio del rito civile, passato dal 36,8% al 43,1%. In tutte le regioni del Nord quest’ultimo rappresenta ormai la scelta più diffusa (55,7%). In Provincia di Bolzano optano per il rito civile circa due coppie su tre (63,7%) e a non molta distanza si collocano anche le coppie liguri (61,6%) e quelle del Friuli-Venezia Giulia (60,7%). Più orientata al rito religioso è invece la scelta effettuata dalle coppie del Mezzogiorno, dove solo una su quattro sceglie il rito civile (26,9%). A preferire in assoluto il matrimonio di tipo religioso sono le coppie della Basilicata (85,4%) e quelle della Calabria (82,5%).
Migrazioni con l’estero, meno arrivi, più partenze 2 Anche quello che negli ultimi anni ha rappresentato il principale contributo alla crescita demografica del Paese evidenzia, nel 2013, segnali di arretramento. Il saldo migratorio con l’estero, infatti, scende a 182 mila unità, per un tasso pari al 3 per mille (4,1 per mille nel 2012). La riduzione è la combinazione di due fattori: il calo ininterrotto delle immigrazioni, scese a 307 mila unità, e l’aumento delle emigrazioni, a loro volta salite a 126 mila.
Nel Mezzogiorno, pur se positiva, la dinamica migratoria internazionale risulta comparativamente inferiore a quella del Centro-nord. Il tasso migratorio netto è, infatti, pari all’1,9 per mille nel 2013 contro il 3,3 per mille del Nord e il 4,2 per mille del Centro. Lazio e Marche, nel Centro, Lombardia ed Emilia-Romagna, nel Nord, detengono un livello di ricambio migratorio ben superiore al 4 per mille. Salvo la Calabria, ove si riscontra un valore in linea con quello medio nazionale, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un tasso migratorio netto inferiore, con un minimo dell’1,1 per mille in Sardegna.
Rispetto al 2012 il calo del tasso migratorio netto è più intenso nel Centro e nel Nord (rispettivamente -1,1 per mille e -3,3 per mille) che non nel Mezzogiorno, dove la contrazione sull’anno precedente è dello 0,5 per mille. Il maggior margine di attrattività perso dalle regioni del Centro-nord si deve ai cambiamenti che sono andati progressivamente emergendo nelle condizioni di contesto economico e di opportunità sul versante dell’occupazione.
Regno Unito e Germania le mete preferite dell’emigrazione italiana
L’immigrazione in Italia ha in prevalenza per soggetto un cittadino straniero: 279 mila casi nel 2013 su un totale di 307 mila flussi in entrata. Pur in presenza di un trend in diminuzione (462 mila ingressi nel 2008) la portata complessiva degli immigrati stranieri è ancora tale da garantire un forte surplus nei confronti degli emigrati che, a loro volta, evidenziano un costante trend di crescita: da 22 mila a 44 mila tra il 2008 e il 2013.
ritorni in patria dei cittadini italiani sono di portata limitata, mediamente intorno ai 30 mila casi negli ultimi sei anni, con una leggera tendenza verso un’ulteriore diminuzione (28 mila nel 2013). A testimonianza delle difficoltà incontrate sul suolo nazionale, che spingono anche gli italiani a ricercare opportunità migliori oltre confine, risulta, invece, in crescita l’andamento degli espatri: da circa 40 mila nel 2008 a oltre 82 mila nel 2013. L’allargarsi della forbice tra espatri e rimpatri comporta, peraltro, un’espansione del deficit di cittadini italiani nei confronti dei movimenti con l’estero: da 7 mila unità in meno nel 2008 a circa 54 mila unità in meno nel 2013.
Le mete preferite di destinazione dell’emigrazione italiana sono, per la maggior parte, le società occidentali a sviluppo avanzato, prevalentemente europee ma anche più distanti, data la sussistenza in tali aree del Mondo di condizioni più favorevoli, rispetto all’Italia, sotto il profilo occupazionale. In particolare, nel 2013 la principale meta di destinazione dei nostri connazionali è il Regno Unito, con circa 13 mila trasferimenti, davanti alla Germania con 11 mila 600 e alla Svizzera con circa 10 mila. Fuori dei confini europei si riscontrano 4 mila 800 trasferimenti negli Stati Uniti, 3 mila 300 in Brasile e 1.600 in Argentina e Australia (Prospetto 5). Rispetto al 2012 si assiste a un forte incremento di emigrazioni verso il Regno Unito (5 mila 500 in più), motivo per cui tale Paese supera la Germania (1.300 in più) nella classifica dei paesi attrattivi. Gli espatri risultano peraltro in aumento su quasi tutte le principali destinazioni, tra cui anche in Svizzera (circa 1.600 in più) e in Francia (1.300).
Le migrazioni di ritorno degli italiani riguardano come provenienza soprattutto la Germania, con 4 mila 100 rimpatri, seguono Svizzera (2 mila 660), Stati Uniti e Regno Unito (2 mila 200 ciascuno). Rispetto al 2012 i rimpatri, che complessivamente si contraggono del 3,5%, si riducono del 16,7% dalla Francia e del 13,8% dall’Irlanda. Aumentano, invece, quelli da Brasile e Argentina, rispettivamente del 23,3% e del 24,5%.
Di tutt’altro tenore e tipologia di origine/destinazione è il flusso dei migranti internazionali di cittadinanza straniera. Con circa 60 mila trasferimenti la Romania si conferma principale Paese di provenienza degli immigrati, grazie a una consistenza pari a tre volte quella che si riscontra in arrivo dal Marocco (19 mila) e dalla Cina (18 mila). Nei confronti dell’anno precedente, tuttavia, la geografia degli arrivi si presenta parzialmente modificata. I flussi dalla Romania, infatti, crollano del 25%. Molto significativa è anche la riduzione di flussi provenienti dalla Moldavia (-28%), dalle Filippine (-21%), dallo Sri Lanka (-15%), dal Brasile (-13%) e da Cina e Albania (-12% entrambe). Pressoché stabili gli arrivi dal Marocco (-0,8%) mentre aumentano in misura sensibile, sulla probabile onda di crisi politiche oltre che economiche, quelli da Egitto (+15%), Ucraina (+10%) e Bangladesh (+9%).
Rispetto al 2012 aumentano in modo tangibile i flussi di abbandono dal Paese, segno che la crisi economica colpisce in primo luogo i residenti stranieri. Quelli per la Romania (i più numerosi, con oltre 10 mila trasferimenti nel 2013), crescono del 21%, quelli per l’Albania (al secondo posto per consistenza, con oltre 2 mila trasferimenti) aumentano del 23%. Identico incremento relativo si ha per i trasferimenti in Pakistan, mentre in assoluto quelli in maggior crescita riguardano come Paese di destinazione la Moldavia (+33%).
La migrazione di capitale umano dal Mezzogiorno al Centro-nord
In maniera pressoché continua prosegue, anche nel 2013, la migrazione dalle regioni del Mezzogiorno a quelle del Centro-nord, reiterando un processo demografico oramai storicizzato nel nostro Paese. Tra il 1993 e il 2012 si valuta che 2 milioni 388 mila individui hanno spostato la residenza dal Mezzogiorno al Centro-nord, mentre poco più della metà, 1 milione 275 mila hanno compiuto il percorso inverso. Tale processo, che ha generato un saldo positivo per il Centro-nord di 1 milione 112 mila d’individui in un ventennio, non ha mai conosciuto soste e neppure presentato temporanee variazioni di tendenza dai valori medi annui, pari a 119 mila individui dal Mezzogiorno al Centro-nord e a 64 mila in direzione opposta. I dati 2013 non si discostano dai valori medi degli anni precedenti, rispettivamente stimati in 116 mila e 65 mila.
La trasposizione su scala regionale di tali andamenti comporta un tasso migratorio interno netto positivo quasi ovunque nel Centro-nord, escludendo il saldo nullo presente in Veneto, il -0,4 per mille dell’Umbria e il -0,8 per mille delle Marche. Viceversa, nel Mezzogiorno non sono presenti regioni con saldi positivi; la migliore performance risulta quella dell’Abruzzo che contiene il deficit di capitale umano a un livello dello 0,3 per mille, mentre una più alta propensione al distacco della regione di origine si ha in Campania (-3,6) e Calabria (-3,7).
Le migrazioni tra Mezzogiorno e Centro-nord producono conseguenze non solo sotto l’aspetto quantitativo, diminuendo la popolazione dell’uno a vantaggio di quella dell’altro, ma anche sotto l’aspetto qualitativo, per la progressiva sottrazione di capitale umano in piena età di lavoro e riproduttiva. Analizzando la struttura per età di coloro che hanno trasferito la residenza dal Mezzogiorno al Centro-nord, posta a confronto con quella di coloro che hanno percorso il tragitto inverso, risulta ben visibile la presenza di enormi saldi negativi a svantaggio del Mezzogiorno nelle età intermedie della vita. In particolare, tra i 18 e i 50 anni si concentra circa il 90% del saldo migratorio interno complessivo a vantaggio delle regioni del Centro-nord. Nelle restanti classi di età, invece, i flussi migratori, pur comunque favorevoli al Centro-nord, presentano un più sostanziale equilibrio.
Si vive più a lungo e con meno differenze
L’allungamento della sopravvivenza alle varie fasi della vita dimostra che l’Italia si ritrova in una posizione di relativo vantaggio tra i Paesi avanzati. Le stime per il 2013 indicano che uomini e donne nati in tale anno possono contare, rispettivamente, su un’aspettativa di vita di 79,8 e 84,6 anni. I livelli di sopravvivenza sin qui conquistati rappresentano solo l’ultima tappa di un lungo percorso che ha avuto origine per il Paese oltre un secolo fa, da allora la speranza di vita alla nascita è più che raddoppiata. Nell’ultimo decennio uomini e donne (più i primi che le seconde) hanno conseguito ulteriori vantaggi di sopravvivenza: rispettivamente 1,9 anni e 1 anno di vita media in più. Gran parte del guadagno di sopravvivenza ottenuto negli ultimi dieci anni è dovuto alla riduzione della mortalità nelle età senili. La speranza di vita a 65 anni è giunta nel 2013 a 18,5 anni per gli uomini e a 22 anni per le donne, conseguendo un aumento sul 2004 di 1,2 anni (su complessivi 1,9) per i primi e di 0,7 anni (su 1) per le seconde.
Le donne mantengono un significativo surplus di sopravvivenza ma il vantaggio nei confronti degli uomini è soggetto a una continua erosione: da 5,7 anni alla nascita, nel 2004, a 4,8 anni nel 2013.
La differenza di genere diminuisce anche alle età più anziane, da 3,9 a 3,5 a 65 anni di età, tuttavia con un ritmo di riduzione più basso. Ciò indicherebbe che mentre tra le più giovani generazioni gli stili di vita cominciano a essere tali da ridurre in maniera pressoché identica i fattori di rischio per la sopravvivenza, nelle età più anziane sembrerebbe permanere ancora un’oggettiva difficoltà degli uomini a superare il ritmo di riduzione di mortalità delle donne.
Le regioni del Paese dove si riscontrano le condizioni di sopravvivenza più favorevoli continuano a essere quelle del Nord-est e, del Centro (escludendo il Lazio). Il primato regionale tra gli uomini compete alle Marche e alla Provincia di Bolzano (80,8 anni), seguono la Provincia di Trento (80,6 anni) e l’Emilia-Romagna (80,5). In complesso, si evidenziano sette regioni e le due province autonome di Trento e Bolzano nelle quali gli uomini hanno oltrepassato gli 80 anni di vita media. Le ultime due regioni pervenute a tale traguardo, Lombardia e Puglia (80,2 entrambe), guidano la graduatoria della sopravvivenza nelle rispettive ripartizioni di appartenenza, il Nord-ovest e il Mezzogiorno, mediamente più sfavorite rispetto a Nord-est e Centro. Tra le donne, l’aspettativa di vita più alta si ha nella Provincia di Trento (85,8 anni), che precede le Marche (85,5). Dietro, con 85,3 anni, si collocano la Provincia di Bolzano, il Veneto e l’Umbria. Ad aver oltrepassato la soglia degli 85 anni di vita media tra le donne sono sette regioni e le due province autonome di Trento e Bolzano. Le ultime a esservi pervenute, Lombardia (85,1) e Sardegna (85), guidano il gruppo delle regioni nord-occidentali e meridionali.
In generale, pur persistendo importanti differenze territoriali, negli ultimi anni le regioni sono state accomunate da un percorso d’incremento della sopravvivenza omogeneo. Anche regioni storicamente meno favorite, come Campania e Sicilia, conseguono guadagni prossimi a quelli medi nazionali e non vedono allontanare la loro condizione relativa da quella delle regioni con sopravvivenza più alta.
Articolo tratto da: ISTAT Istituto nazionale di statistica






